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lunedì, febbraio 03, 2020

PALERMO

L'anno scorso fu Catania, quest'anno Palermo.
Città amatissima, non solo per gli amici carissimi che vi abitano, ma proprio per quello che è: vitale, piena di bellezza, sgarrupata ed elegante, multietnica che ha interiorizzato le differenze culturali trasformandole in un mix straordinariamente bello e colorato e profumato e saporito. Approdati a Punta Raisi, abbiamo preso il treno che comodamente ci ha portati alla stazione centrale, a due passi da Ballarò, la nostra meta. E Ballarò si è rivelato la meraviglia di sempre, con la "chiamata" dei mercanti che magnificano le loro merci, con i prezzi che per noi del nord sono incredibilmente bassi, con i profumi del cibo di strada che si trova ad ogni angolo, con i colori degli agrumi, dei cedri straordinariamente grandi, dei cavolfiori e dei broccoli verdissimi. Il cibo di strada è un cibo povero ma estremamente saporito, fatto con tutte le parti di scarto del maiale, fritte o soffritte o prima lessate e poi fritte, insomma, un tripudio di grassi messi in mezzo a un semplice panino. Qualcosa di molto meglio, per i carnivori, rispetto a un hamburger! E per chi non mangia carne c'è pane e panelle: frittelle di ceci fritte al momento, oppure ci sono i fondi dei carciofi impastellati e fritti o i "cazzulli", fettine di melanzane sempre fritte. E poi ci sono i meravigliosi dolci: la setteveli, i cannoli, le cassatine, belli come solo la pasticceria di derivazione araba ha.  Ecco, Palermo, per me, è essenzialmente questo: il cibo da strada, le voci del mercato, simili alla chiamata del muezzin dal minareto, i dolci meravigliosi, belli come i mosaici di Monreale, e le cupole coloratissime, più simili ai minareti arabi che alle chiese cristiane. E laggiù, in fondo, la bellezza del mare.

giovedì, agosto 15, 2019

GINO COVILI

Lo scorso anno, grazie a una magnifica mostra suddivisa tra Castelluccio e Porretta, ho scoperto questo pittore, vicino per periodo, è scomparso a 87 anni nel 2005, e geograficamente: ha sempre vissuto a Pavullo del Frignano, in provincia di Modena.
Sono rimasta folgorata dai suoi quadri, che raccontano un'umanità eroica, fatta di duro lavoro, di fatica, anche di povertà, ma appunto eroica, fiera, sempre dignitosa. Anche la natura che dipinge presenta la stessa fatica, la stessa eroica capacità di resistere. E' una natura capace di urlare attraverso i nodi delle sue cortecce e le braccia nodose dei suoi rami.
Particolarmente suggestivi, anche se a volte davvero crudi, i quadri sulla resistenza, a cui lui partecipò.  Ma bellissima e particolare anche la serie sugli esclusi che a volte ricordano alcune fotografie di Berengo Gardin e Carla Cerati scattate negli anni 60 nei manicomi. Poi ci sono i grandi quadri collettivi:  La processione, La formazione della cooperativa, La Festa da ballo...
Ho potuto rinnovare l'emozione provata davanti a quei quadri che ogni volta mi mostrano un particolare nuovo e dai quali fatico a staccare lo sguardo, visitando la casa di Gino, da lui costruita negli anni 70 e nella quale ha vissuto fino alla morte. Gli eredi, i nipoti che lì hanno vissuto con i genitori e i nonni, l'hanno trasformata in casa museo, ed è una casa viva, dove puoi sederti sul divano e lasciarti incantare dall'Ultimo eroe, di ritorno dalla battuta di caccia, con l'aquila catturata legata al retro della sella che apre le sue grandi ali trascinata nel vortice della cavalcata a formare quasi una scia che lega il cacciatore al cielo, e la volpe e il lupo uccisi che sobbalzano davanti al cacciatore che cavalca, in una scena che ricorda gli eroi dei manga giapponesi, oppure sali le scale accompagnato dai volti degli esclusi che ti guardano con quei loro sguardi incuriositi e nello stesso tempo assenti, persi in un loro mondo interiore. E' una casa viva, abitata, da Gino e dai visitatori, dal nipote Matteo, perfetto padrone di casa che una alla volta ti apre tutte le porte e poi ti lascia scegliere il luogo che preferisci per meditare davanti a tutta quella bellezza.